2025: l’anestesia dei mercati tra record e fragilità nascoste
Il 2025 si chiude con l’immagine di un mondo finanziario sospeso: una sorta di anestesia collettiva che accompagna i record simultanei di indici azionari e metalli preziosi. Dopo due anni di timori di recessione, la stabilità apparente dei mercati cela un equilibrio precario, sostenuto da politiche ancora espansive e da una fiducia quasi ipnotica nella capacità delle banche centrali di orchestrare un soft landing permanente. Ma, come avverte il Fondo Monetario Internazionale, l’atterraggio morbido non equivale alla stabilità: gli shock geopolitici restano dietro l’angolo.
Il livello medio delle tariffe commerciali, tornato al 17-18%, comincia a filtrare nell’economia reale, mentre la ricostituzione delle scorte a prezzi più alti rischia di comprimere i margini e di pesare sull’occupazione nel 2026. Sul fronte energetico, Trump tenta di mantenere contenuti i prezzi del petrolio, utilizzando le riserve strategiche per controbilanciare gli effetti inflattivi dei dazi. Un equilibrio fragile che riflette la crescente politicizzazione delle variabili economiche globali.
![]() | Monica Nardelli, Strategist, Cornèr Banca |
Dollaro, dedollarizzazione e debasement trade
In un contesto di guerre commerciali, blocchi geopolitici e sanzioni, il dollaro rimane la valuta dominante, ma non più indiscussa. La weaponization della moneta americana — dal congelamento delle riserve russe alla minaccia di nuove misure contro la Cina e il Venezuela — ha spinto molte banche centrali a diversificare le proprie riserve in oro e in valute locali.
Il cosiddetto debasement trade si è affermato come nuovo paradigma: una corsa verso asset reali – oro, metalli preziosi e Bitcoin – percepiti come strumenti di difesa contro l’erosione del potere d’acquisto delle monete fiat e l’indipendenza sempre più relativa della Federal Reserve.
Secondo il World Gold Council, gli acquisti netti di oro delle banche centrali hanno superato per il terzo anno consecutivo le 1’000 tonnellate, con Cina e Paesi del Golfo in prima linea. Un dato che sancisce la progressiva erosione della dominanza monetaria americana a vantaggio di una logica multipolare.
Azioni, rischio bolla IA e aziende familiari
L’altra faccia di questa anestesia collettiva è la bolla potenziale legata all’intelligenza artificiale. Gli investimenti restano per ora confinati all’interno di un circuito chiuso — Nvidia investe in OpenAI, OpenAI paga Oracle per i servizi cloud e Oracle compra GPU da Nvidia — generando una crescita circolare che gonfia le valutazioni ma produce ancora effetti limitati sull’economia reale.
Finché la spesa IA resta concentrata nelle Big Tech, il moltiplicatore macro è parziale. La sostenibilità delle valutazioni richiederà nel 2026 un passaggio verso investimenti industriali diffusi e la conseguente adozione concreta delle nuove tecnologie da parte delle imprese, nell’ottica di migliorare la produttività e i margini. In caso contrario, il rischio è di assistere a un déjà-vu: una bolla di capitale che si esaurisce prima di tradursi in crescita effettiva.
In questo contesto una diversificazione di portafoglio che includa società solide e resilienti con gestioni operative orientate al lungo termine risulta essenziale per evitare concentrazioni troppo elevate su settori giovani e promettenti ma non esenti da rischi. Tra queste si annoverano le aziende a conduzione familiare, che grazie ai loro peculiari modelli di business ben rispondono a tali esigenze di diversificazione.
Credito e obbligazioni: la normalizzazione del rischio
Sul fronte obbligazionario, gli spread restano compressi, ma aumentano i segnali di tensione. La deregolamentazione bancaria e la riduzione dei requisiti patrimoniali negli Stati Uniti dovrebbero iniettare nuova liquidità, ma al prezzo di una maggiore vulnerabilità del sistema. La leva finanziaria e la scarsa trasparenza nel credito privato (alla luce dei recenti casi di default) rimangono i punti deboli da monitorare con attenzione, insieme all’eventuale deterioramento della qualità del credito corporate.
Commodities e guerre commerciali
Le materie prime strategiche si confermano terreno di scontro geopolitico e strumenti di pressione diplomatica: la Cina utilizza i permessi di raffinazione come leva negoziale, il Congo valuta restrizioni sull’export di cobalto, la Russia minaccia nuovi limiti sulle forniture di palladio.
Questi elementi accentuano la volatilità dei green metals, fondamentali per la transizione energetica, e impongono una diversificazione geografica delle catene di approvvigionamento. La regionalizzazione degli scambi, accelerata dalle tensioni USA-Cina, sta ridisegnando la mappa industriale globale: la manifattura torna vicina ai mercati di consumo, ma con costi e inefficienze crescenti.
Sul fronte energetico, il lieve calo del prezzo del petrolio contribuisce a contenere l’inflazione, ma il costo delle materie prime energetiche potrebbe comunque assumere un ruolo geopolitico con potenziali implicazioni coercitive.
2026: la ricostruzione e il ritorno alla realtà
Il 2026 si apre sotto il segno dell’incertezza ma anche delle possibilità. Se la guerra in Ucraina dovesse trovare una risoluzione definitiva, la ricostruzione infrastrutturale e industriale potrebbe diventare il nuovo motore di crescita globale, spingendo la domanda di materie prime, tecnologie e capitale.
Le banche centrali si trovano in una fase di revisione: tassi in calo graduale, ma inflazione ancora vischiosa. Il rischio è di un eccesso di fiducia nella permanenza della liquidità a basso costo, in un contesto in cui il debito pubblico e privato limita i margini di manovra. La vera sfida del prossimo anno sarà il ritorno alla realtà: trasformare il denaro facile e l’euforia da IA in produttività e investimenti tangibili. Solo così l’economia globale potrà risvegliarsi dall’anestesia che ha caratterizzato un 2025 di record apparenti e fragilità profonde.
Biografia
Da Settembre 2023 ricopre il ruolo di Strategist presso Cornèr Banca. Con oltre 30 anni di esperienza sui mercati finanziari, ha ricoperto posizioni chiave presso il gruppo Intesa Sanpaolo, inizialmente come Sales Analyst e Business Development in Italia e poi come Head of Discretionary Portfolio Management Office per Intesa Sanpaolo Suisse ora Reyl Intesa Sanpaolo. Il suo background formativo comprende: Laurea Magistrale in Scienze Finanziarie all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano / Certificazione AIAF / Certificazione SIAT / Diploma in Geopolitica ISPI School // SAQ CWMA Certified Wealth Management Advisor.
